Giocata sul duplice significato di inizio (arché in greco antico) e sul plurale di arca, l’imbarcazione biblica legata al mito del diluvio universale, Archè è una composizione di blocchi vagamente squadrati, popolati in cima da una serie di creature animali stralunate e fiabesche, dallo sguardo a metà tra il bizzarro e il lisergico. Sopravvissute al diluvio, queste amate creature di una specie nuovissima cercano il proprio spazio vitale e, intanto, dialogano tra di loro come su un palcoscenico surreale.
Archè è una composizione di elementi architettonici e presenze animali, le ‘amate creature’ non abitano le case di una possibile Piazza ma le sovrastano, le frequentano, le usano per dialogare tra loro. E’ come se dopo il diluvio universale gli animali, ibridati o totalmente di una specie nuova, ricreino nello spazio quella coabitazione forzata. Parlano, si interrogano, si mostrano sulle case e negli spazii intersiziali, mai aggressivi o prepotenti. Il rimando più immediato è ai grandi Centro Tavola, i ‘dessert’ che dalla fine del ‘700 arricchiva le tavole dei regnanti per i banchetti ufficiali. A soggetto floreale, animale o con tipici stilemi neoclassici, erano composti di centinaia di pezzi in marmo, ebano o pietre semipreziose; Valli e Monachesi lo reinterpretano in chiave ironica e surreale. Alla pseudo rigidità dell’architettura si contrappongono animali totalmente fantastici e adimensionali.

















































































